Monaco buddhista (zen rinzai) 
Maestro di Dharma
Naturopata

Come tutto ciò si connette

Ho praticato per più di quaranta anni lo zen della tradizione Rinzai, nei primi sei anni in una forma che oggi sarebbe irripetibile per intensità e impegno; insegnando e vivendo nel mondo occidentale contemporaneo, ho trovato alcuni metodi per rendere comprensibile la realizzazione del risveglio.
Capisco che chi venga da una altra cultura o mentalità possa trasalire nel sentirmi parlare in modo così esplicito, ma è che non ho voglia di perdere tempo con moralismi riguardanti umiltà VS importanza e con altri simili articoli religiosi. Questo roba è solo il “profumo dello spirito” ed è del tutto non sostanziale, quindi andiamo al quid: a) prima si capisce che il fine di noi esseri umani è il risveglio b) se si ritiene che la persona che ci fa di riferimento abbia raggiunto il risveglio c) Se vediamo che possiamo realizzare anche noi in questa vita il risveglio

…Allora mi pare che siamo sulla buona strada.

Altrimenti stiamo solo cercando qualcosa di “speciale” per addormentarci in quello.

Questo il primo progetto grafico del 1998 per il simbolo del Sangha del Fiore d’Oro
dove è rappresentato un momento cruciale della mia esperienza ma contenuto in uno
scudo per fare intendere che oggi questa realizzazione va tesaurizzata in ognuno di noi
quando viene riconosciuta dato che altrimenti altre “descrizioni del mondo” che oggi imperano possono
farcela dimenticare. Allora è una luce di stella che ci rammenta il prodigio meraviglioso dello spalancamento
del nostro volto nel tutto. Questo è il satori di cui è giusto fare menzione e che è nostro compito realizzare e compiere nel vivere quotidiano.

Ho fondato assieme al Sangha del Fiore d’Oro il Progetto Mumonji, riconosciuto dalla Unione Buddhista Italiana, per organizzare i finanziamenti e fondare un vero Luogo di Meditazione. Il progetto si è poi spostato dagli USA, dove fu dapprima pensato, di nuovo all’Italia. Ma c’è di più; oggi è  molto difficile rimanere in perfetta buona salute, e non solo per l’inquinamento, le medicine, i vaccini o altro, ma anche perché la mente delle persone contemporanee è subissata di preoccupazioni, come se dovessero portare il mondo sulle loro spalle: ecco perché mi occupo di guarigione grazie ad una versione moderna dell’ “agopuntura a distanza” (tongren) e con altre tecniche della Medicina Classica Cinese.

Questa riunione di maestri zen rinzai è avvenuta nel 2016 a Spirit Rock – Marin County CA – in occasione della trasmissione del sigillo INKA che ha investito come maestro zen il monaco Teja Bell – che sto abbracciando alla mia destra – in tale occasione accolto da maestri zen rinzai di ogni provenienza
e dal direttore del centro di ritiro di Spirit Rock, Jack Kornfield.

Con l’arte “contemporanea” trasmetto in modo performativo – come anche dipingendo o poetando – la mia esperienza interiore, e con l’uso di questi mezzi provo a condividerla con coloro che partecipano a questi momenti.

Insegnare il Dharma vuole dire per me “permettere agli altri di esplorare quelle profondità dell’esperienza che ti portano a realizzare come è essere davvero se stessi; il che è sempre una sorpresa”. E’ una condivisione che sempre ci lascia in silenzio e che ci rinnova. Rinnova anche i maestri, anche se non lo dicono.    

Oltre a ciò, dalla tradizione Zen più antica fino ad oggi ho rinvenuto un metodo di coltivazione dell’energia che mi si è precisato ed ampliato fino a divenire un sistema preciso, un metodo graduale di eccezionale potenza; nel XVIII secolo il Maestro giapponese Hakuin lo definì Naikan ed io ho raccolto i suoi testi, li ho commentati e compendiati, ed integrati con quanto ho scoperto nella storia dello zen in Cina e Tibet, finalmente presentando lo Zen Naikan in un testo in lingua italiana e inglese.  Ho dovuto aggiungere “Zen” come prefisso a Naikan perché, circa un secolo fa, un filosofo giapponese inventò una tecnica psicologica che chiamò nello stesso modo.    

Una testimonianza che uso semplicemente

per fare presente la differenza fra “dire” e “fare”.

Testimonianza del Dott. Antonella Russo, odontoiatra

Durante la mia pratica professionale di odontoiatra ho avuto l’occasione di incontrare un paziente davvero peculiare: il Signor Leonardo Anfolsi.

Necessitava di numerosi trattamenti di conservativa su elementi dentari che presentavano estese e profonde lesioni cariose, in prossimità della camera pulpare. Interventi estremamente dolorosi che richiedevano un supporto anestetico. Ma il Signor Leonardo Anfolsi mi espresse la volontà di non ricevere nessun tipo di anestesia.

La peculiarità del Signor Anfolsi di cui parlavo non consisteva tanto nel rifiutare la anestesia, perché altri pazienti per motivi diversi sono costretti a non beneficiarne, bensì nel modo in cui giorno per giorno gli ho visto vivere l’esperienza del dolore.

Normalmente il dolore lo si affronta resistendogli, cioè in genere lo si subisce a “denti stretti”, comunque soffrendo: ma così non fu per questo paziente.

Sono abituata a constatare come la mimica facciale ed il linguaggio del corpo esprimano in modo inequivocabile la lotta tra la volontà di resistere e la percezione del dolore sempre più insopportabile. Nel Signor Anfolsi non ho riscontrato nulla di tutto questo.

L’espressione distesa del volto, lo sguardo tranquillo, il più delle volte divertito, non comunicavano che stesse vivendo un’esperienza dolorosa; anzi nei momenti di pausa, quando gli chiedevo se gli facessi male, talvolta, si faceva una sonora risata, come chi non avesse a tal proposito alcuna preoccupazione, lasciandomi stupita e pensosa: cosa c’è di così “umoristico” nel sentirsi trapanare in profondità un proprio dente ?

Voglio spiegarmi meglio: l’anestesia blocca la percezione dello stimolo doloroso, ma il paziente L.A. mi riferiva di provare una gamma di sensazioni di segno opposto; di piacere, di benessere e di gioia come se la sensazione dolorosa si fosse trasformata in una sensazione piacevole.

Conoscendo meglio il paziente ho constatato che non ha nulla nel comportamento che possa ricordare lontanamente il masochismo, pare piuttosto che abbia una maggiore vitalità rispetto alla media, grazie alla quale riesce a trasformare il dolore.

Come odontoiatra non credevo possibile una simile capacità ed io stessa, incuriosita, ho provato a considerare la cosa sotto vari aspetti usando tutta la mia conoscenza in materia, la mia razionalità, certo, ma anche la mia capacità di ascolto. Alcune volte mi sembrò per giunta ritemprato dalla cura che avevo appena svolto e magari, nel mentre, si era pure addormentato.

Dott. Antonella Russo Bologna