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Oramai da molto tempo è in uso nel buddhismo zen delle tre scuole principali – come fattore di accettazione del percorso zen – l’affermare da parte dei praticanti 4 voti che sono degni, sensati, ineludibili per chi vuole meditare e realizzare l’illuminazione. E’ difficile considerare questi voti “alla lettera”, visto che hanno molte implicazioni culturali e filosofiche – per esempio sarebbe difficile già solo “salvare” tutte le farfalle che cadono nell’acqua – quindi mi sono permesso di commentarli.

COSA SONO I QUATTRO VOTI

(1) Salvare tutti gli esseri = Capire che non mediti solo per te ma per ogni amico, parente, conoscente, anche per chi ti esecra o ti odia, e capire che sei unito ai maestri di ogni tempo, anche del futuro, anche quelli che ora sono neonati e nel grambo della loro mamma. Se realizzi l’illuminazione salvi infiniti esseri, e così anche quando entri nella meditazione profonda. C’è un nesso infinito, un nodo vivente fra la tua meditazione, la libertà tua e quella di tutti. E’ come se tu danzassi e tutti provassero sollievo, il che succede già – su un altro piano – in tutti i teatri del mondo. Il meditare nudamente, con furore e gioia, senza tregua, facendo così niente di speciale, anche quando si visualizza e si pone attenzione, si invera sottilmente, con passo di farfalla essendo già vita; così “lasciando che l’erba cresca da sé” si realizza il risveglio/satori, la danza suprema.

(2) Estirpare tutte le brame = perché le brame non ti permettono di godere della vita, del respiro, del camminare, del cibo, del sesso, dato che ti derubano di tutto e ti costringono “a inseguire la lepre” per sempre: vorresti camminare di più, oziare, guadagnare, respirare e mangiare di più, più più più; vorresti perfino “ESSERE PIU’ LIBERO”!

Ma perché uno si tormanta cozì? Perché non riceve il premio che è nel suo vivere stesso, quel detonare nel tutto ogni istante.

Anche l’impegno verso scopi, persone e situazioni può solo esere libero da brama, anche praticare meditazione, se no ci si muore e senza risultato. Fuori dalla brama TUTTO diventa spirituale, ma succede solo quando lasci andare le brame del “di più”. La qualità del vivere non consiste nella quantità ma nell’accensione del vivere stesso, in ogni istante in cui perdi te stesso trovandoti ovunque. Oggi la tecnologia – scambiata per scienza – sta creando la grande dieresi fra psicopatologia (spingi bottone avrai gioia) e vita reale (cammina – respira).

(3) Comprendere tutte le Leggi = In un solo sguardo “realizzare la nostra inifinità” vuole dire che implicitamente capisci tutti i fenomeni, non ti chiedi nemmeno “cosa stanno a fare proprio là” oppure cose oziose del tipo “da dove vengo, dovevado, chisono…” perché tutto è splendente nella sua nuda evidenza, dato che tutto ora è in “ordine” nella tua vista e armonicamente connesso a tutto, anche mentre stai starnutendo o hai perso il treno. Non è così perché lo pensi, ma perché lo vedi col tuo occhio/volto.

Forse è questo che tutti i non-buddhisti chiamano “Dio”, ma questo infinto splendore, nel buddhismo, non costituisce una realtà personale e separata. Ognuno la pensi come vuole, ma non è forse più importante liberarsi dal pensato e fare il migliore uso del nostro pensiero più libero e alto? E se essendo ciò che è scomparisse e diventasse tutto?

Le “Leggi” di cui si parla qua sono – secondo la filosofia buddhista – una particolare accezione di “dharma” nel senso di “fenomeni coemergenti”, come c’è anche Dharma inteso come “insegnamento” e poi infine Dharma in quanto realtà-come-è; Lu Kuan Yu avrebbe reso la differenza come ho fatto ora, con maiuscole e minuscole, Paul Harris si compiace invece di tradurre come era dalla lingua pali del Gandhara, senza distinzioni, chi capisce capisce. Per il buddhismo non esistono – fondamentalmente – fenomeni separati, ma tutto e ogni cosa è collegata indissolubilmente e ogni goccia/particolare di questo oceano perfettamente coerente “sorge”, cioé emerge, grazie a tutto quello che è per come precisamente è.

Una legge – cosmica – in tal senso, anche fosse di minimo impatto (supponiamo!) non ha bisogno di essere scritta o decodificata, basta che funzioni.

La filosofia buddhista – che tanto mi piace – ha però questa funzione ultima: distruggere la concezione artificiosa, ovvero, lasciare che finisca il bisogno di capire che costituisce il nostro nudo e totale VEDERE. Da quanto so, anche in Occidente (cosa nota a pochi) i filosofi non erano dei “pensatori” ma dei “vivitori” o, se preferisci dei “realtori”, o più storicamente degli iniziati a forme diverse di epoteia, katarsis o come vuoi chiamarla. Il merito di entrambi, degli antichi filo-sofi orientali o occidentali, è stato quello riuscire a mediare in mille modi differenti l’illuminazione più zitta e nuda e la vita quotidiana. “La verità” è solo una pallida profezia del VedereLaRealtà senza-avere-bisogno-di-aggiungervi-dotte-considerazioni. Summa scientia nihil scire.

(4) Realizzare l’illuminazione = Per molti vuole dire impegnarsi in un percorso con un maestro che possa dare loro un “metodo che si autoelimini” in una totale spontaneità illuminata. Di converso, da quanto ho visto, chi pretende di arrivare a ciò “spontaneamente” ma senza una comunità con sé e senza un maestro e un insegnamento diretto alla sua propria individualità, molto probabilmente si illude. Almeno: io posso dire che senza la spinta delle mie Sorelle e Fratelli – e senza il Maestro che mi ha rotto le scatole – non sarei riuscito a compiere la mia vita spirituale dato che, pure io, non volevo maestri e che non ammettevo di essere presuntuoso, dato che oggi va molto di moda sentirsi “libero & spontaneo”. Però capii che quell’uomo aveva qualcosa di speciale, pur essendo – per altri versi – come tutti gli altri. Ed anche capii che pure io avevo qualcosa di speciale, come anche tutti quelli che meditavano con me. Che sorpresa! E che sollievo finirla di essere autoreferenti!

Ma un’altra cosa che mi sorprese dal momento nel quale ebbi l’esperienza fenomenica del risveglio – satori – era che nonostante questa esperienza fosse fuori dal tempo, e potente oltre ogni dire, in realtà mi apparteneva da sempre, e che soprattutto mi ricordava come da bambino percepivo il mondo.

L’ultimo aspetto della faccenda è che da “illuminato” ora mi tocca giocare tutto sul tavolo verde, con ancora meno possibilità di dire “Aha! So già cosa devo fare…”. Il che mi fa essere un individuo normale che deve vivere da buddha essendolo in ogni compito in cui è ingaggiato: vincendo o perdendo secondo canoni che non mi riguadrano troppo. Ma sempre essendo involontariamente, ormai, a “corpo unico” con ogni mio gesto, pensiero, azione, sentimento, emozione. Non c’è alcuna perfezione nell’illuminazione, nessuna rincorsa verso un “trascendente”, ma solo vita completamente dispiegata, meravigliosamente accecante in ogni direzione. Questa vertigine ti attende nell’intensità della meditazione quando vinci aspettativa, noia, forzature perché è lì che ritroviamo noi stessi LIBERATI IN VITA. Insisti e capisci – essendo te il mondo dalle sue stesse radici – proprio così il mondo, la vita, la morte, il tempo, l’eternità.

Così è rivelato ciò che non nasce né muore, così non dobbiamo dipendere dalle immagini simboliche inventate da altri e così si vince anche il materialismo più sottile, anche quello più inox, quello sulla base del quale abbiamo spalmato consolanti strati di marmellata buddhista-scientista o spiritualista, o di qualunque altro buddhico finzionismo avessimo bisogno di inventarci.

link abbreviato (bit.ly/4voti) Rev. Leonardo Anfolsi Reiyo Ekai