La Percezione Relativa e Mai Oggettiva di Ciò che Dovrebbe Essere “Corpo”

di Rev. Leonardo Anfolsi Reiyo Ekai

Innanzitutto devo specificare che non andiamo a parlare dei soliti corpo sottili, che in genere sono spiegati in modo molto vago in ambito newage, teosofico e antroposofico, e sovente da chi non ne ha alcuna esperienza, peraltro confondendo yoga con radionica, cabala e astrologia. Questa ricerca è certamente da incoraggiare e da personalizzare, niente da dire, ma forse è sempre meglio praticare e capire le diverse dimensioni culturali ed esperienziali, prima di confonderle nel tentativo di compararle.

Questa volta trattiamo di qualcosa che viene molto prima della percezione del corpo come “ente dell’esperienza”, quindi tratteremo della percezione, sì, ma ancora connessa allo spirito; quindi tratteremo di stati percettivi non comuni, dovuti ad una esperienza iniziatica.

Non faccio questo preambolo per ergermi a campione di ciò – non serve misurarsi su temi simili se non con se stessi – ma per inevitabile necessità, per fare un dono speciale.

Colgo l’occasione di un dialogo fra me e Marco Bagnoli, il giustamente celebrato artista contemporaneo, per parlare di un tema che si rende utile nel momento in cui cerchiamo di capire le nostre esperienze interiori rispetto al corpo.

Marco Bagnoli mi chiese di ripetergli un discorso, in effetti non così semplice se guardato dall’esterno, che fu una estemporanea descrizione di mie esperienze nella pratica degli Yoga di Naropa e di rituali come quelli del Chod, come anche di altre pratiche meditative dello Zen o del Tantra. La situazione fu quella tipica di chi voleva dire qualcosa accorgendosi che – se avesse dovuto commentarla – avrebbe dovuto scrivere un libro. Ricostruendo quel discorso mi accorsi di ulteriori implicazioni non facili da togliere da quello che sarebbe diventato, tuttavia, un discorso ancora più ampio, che avrebbe preso più tempo e più attenzione da parte di chi mi avesse ascoltato e perciò letto; quindi devo proporre un disclaimer che sia funzionale al non perdere tempo: né io, né chi mi legge.

Questo è il disclaimer: se non intendi praticare meditazione per realizzare l’illuminazione ma giusto per “stare meglio” lascia perdere questi discorsi e va a leggerti qualcosa di più brodoso e di più caldo per la tua anima affamata. Lo dico senza iattanza, sinceramente, per umana simpatia.

Per quanto andiamo a fare, invece, prometto di cercare di riassumere il più possibile questo tema che, compreso o meno dal lettore, lascerà comunque nella sua memoria una traccia karmica capace di riaccendersi nel momento opportuno.

INIZIO DEL DISCORSO

Esiste nel tantrismo tibetano una pratica nella quale si recide e si distrugge tutto “l’universo concepibile” – ciò che oggi chiameremmo “il mondo finora conosciuto” – ma soprattutto il proprio “corpo proiettivo” che, così, è 1) purificato, 2) moltiplicato e 3) trasformato offrendolo a tutti gli esseri come nutrimento, in quanto “corpo relativo”, che sarebbe il corpo che è parte della nostra allucinazione individuale e di quella collettiva, quindi quello che confusamente sarebbe definito – anch’esso – “corpo fisico” dai nostri più ciechi contemporanei, ma che nella realtà è comunque, e sempre, un coacervo di proiezioni eidetiche; e questo a prescindere dai sistemi di riferimento culturale che lo stanno guardando.

Ecco che il nostro corpo relativo, offerto a tutti gli esseri, siano questi demoni, spiriti affamati, dei samsarici, buddha o bodhisattva, diventa ciò che a loro serve per progredire: cibo, vestiti, informazioni, libri, strumenti per coltivare, conoscenze, oggetti belli per adornare i loro templi, per adornare le donne, semi di piante, denaro, veicoli, dimore, medicine preziose. Perché tutto, nell’immane seduzione universale può, sì, allucinarti, ma anche liberarti.

Una parte sostanziale del percorso iniziatico che propongo come maestro di buddhismo, riguarda proprio la vittoria – ora più che mai necessaria – sulle stratificazioni culturali, ovvero quegli strati-su-strati che costituiscono l’intesa che hanno in comune gli umani non realizzati, essendo stata, tutta la loro esperienza, cosparsa della “colla” relativa al proprio tempo, mai evitabile da chi non la percepisca e che, ingenuamente, possa credere in una qualche verità. Anche l’essere umili e “possibilisti” al riguardo, costituirebbe una ulteriore forma della stessa auto-allucinazione.

È un fatto, oggi, osservabile da chi abbia l’occhio, come la deriva agnostica – in quanto priva di ogni gnosi – e fideistica della religione cristiana abbia consegnato gli umani legati mani e piedi ad un tempo materialista nel quale questa stessa visione fideistica e dogmatica ha finito per “reincarnarsi”. Tutto il mio incoraggiamento va a quei cristiani che, in base ad una ricerca sincera, individuale e incessante, possano con l’aiuto di antiche tradizioni iniziatiche, riformulare l’insegnamento del Cristo. Sia esso esistito mai nella storia come individuo o come paradigma umanizzato.

La gnosi si basa sull’esperienza e sulle porte che in questa si aprano, ed è perciò nuda, basandosi su tecniche – upaya/metodo – e su di un sentire senza soggetto ma spalancato sempre ad ulteriori esperienze e esplorazioni. Impossibile per un cristiano medio capire questo: “In cosa credono i buddhisti?” ed è inutile far loro intendere “in nulla”, perché allora capiranno che i buddhisti credono “nel nulla”. Impossibile per loro, come per la setta vaishnaiva indù, lo scavalcamento di soggetto-oggetto; ma ecco che il maestro indù Chaytania, perlomeno, concepiva tale esperienza mentre per il cristiano medio – come anche per la maggior parte dei teologi – resta incollocabile.

È appunto la pratica del Chod, una parola tibetana che significa “recisione”. Per recidere dalla realtà la “colla” che noi vi abbiamo spalmato sedimentando diverse idee da noi immaginate ed installate bisogna compiere quello che è definibile come un “sacrificio” di ciò che abbiamo sedimentato sul nostro “vero sé”; mi sia permesso l’uso di questo termine usuale oggidì, ma non certo buddhista, solo utile qua per chiarire la faccenda.

C’è in questa pratica del Chod un ulteriore contenuto interessante che è la vittoria sulla paura, qualcosa di rinvenibile in ogni cultura sciamanica o magica; per esempio fra i nativi americani c’è la cosiddetta “collina della paura”. Mi pare che ciò sia un impulso umano normale, quello di stimolarsi facendosi venire paura per poi scioglierla finché non ne resti residuo. Da bambino lo facevo spesso al buio, così era più spaventoso, ma anche più divertente, dato che mi tuffavo sotto le coperte ridacchiando, dopo essermi spaventato immaginando mostri terribili; un Lama che vedeva le reincarnazioni mi disse che il Chod era una pratica in cui mi ero specializzato in esistenze precedenti.

Vediamo ora di individuare i punti fondanti di questo discorso

  • A- Il fatto che per capirci dobbiamo intravedere in qualche modo, o capovolgere semmai, L’APPROCCIO MATERIALISTA ABITUALE; è giusto affrontare questo toro e prenderlo per le corna, perché ce lo ri-propongono ogni istante, e non possiamo eluderlo, dato che va a sedimentarsi in sempre nuove forme essendo un modus pensandi e modus percipendi fondamentale col quale le persone si identificano senza nemmeno accorgersene, da perfetti barbagianni impagliati.
  • B- L’EFFETTO RICEVUTO DAI DIVERSI CORPI A SECONDO DELLE ATTIVITÀ SVOLTE DALL’ATLETA E DALLO YOGHIN perché così colleghiamo due aspetti: uno più noto e uno meno. (vedi il paragrafo: 2_ l’atleta di capacità eccezionali + questo tema è trattato per esteso nel mio testo “Zen Naikan”)
  • C- QUESTI DIVERSI CORPI IN RELAZIONE ALLA MORTE: sì perché il tema fondante della maturazione dell’esperienza spirituale nei corpi ha un aspetto tangibile – peraltro etno-culturale e storico – che non deve essere evitato, pena il girare in tondo in una spiritualità alquanto autoreferente e incantata, se non importata da luoghi esotici.

ALCUNI TEMI DA CONSIDERARE

  • 1_ Il corpo che noi definiamo come “nostro” non ha realtà sostanziale, a meno che non vogliamo postulare una fisicità (materialista e riduzionista) che prescinda dalla diretta effettiva percezione che io ho della leggerezza e spazialità della mia impressione corporea; infatti il materialismo danneggia questa impressione e la recupera solo, e pochissimo, considerando il fatto che “chi prega o medita guarisce prima”.
  • 2_ L’atleta di capacità eccezionali ha questo come segreto, la leggerezza con la quale si percepisce, ed infatti ha una esperienza simile a quella dello Yoghin: l’atleta rompe il fiato, lo Yoghin lo innalza, entrambi lo magnetizzano, vuoi brevemente o per sempre.
  • 3_ Probabilmente è il chirurgo che ha una percezione davvero corporea del corpo fisico, dato che lo apre e che non è il suo, quindi potrebbe essere purtroppo ai confini della sua proiezione eidetica ovvero senso interiore, un senso interiore che fa una frittata spiattellandosi contro il corpo caduco altrui e, inevitabilmente, anche il proprio.
  • 4_ Anche nella morte il corpo fisico non esiste, altri lo preparano e lo sotterrano, noi lo viviamo o come radianza o come gabbia, se non come contrappeso, quindi non è altro che un corpo immaginato, come è quello “relativo” che quotidianamente ci soffoca, e che offriamo nel rituale Chod, o quello illusorio, riconosciuto ma poi attuato come ipostasi ubiqua dello stato primordiale dell’essere. Grazie a questo corpo illusorio non solo i maestri ed i maghi tibetani compiono prodigi, ma anche sono noti quelli di Gustavo Adolfo Rol.
  • 5_ Lo Yoghin realizza il corpo illusorio imparando in primis a percepirlo come relativo, fatto di materia di sogno, pur restando per il senso comune ovvero per l’aspettativa disattenta, quello che tutti chiamano, in base alla superstizione loro specifica, “il corpo fisico”. Al materialista prende uno scompenso tale che giunge a negare recisamente perfino l’evidenza; questa è una mia esperienza personale e, in termini drammatici, di un mio conoscente, ritrovatosi come accademico ad essere allontanato dai colleghi antropologi solo perché ha messo di fronte ai loro occhi qualcosa di “impossibile”; ciò bastò a innescare un odio superstizioso/materialista nei suoi confronti.
  • 6_ Se noi insistiamo a credere che virus e batteri possano spiegare meglio la realtà rispetto – ad esempio – i demoni delle varie classi, finiremo per credere nella verità, e ad insistere sul fatto che quelle chiazze che si vedono nel microscopio siano per davvero ciò che noi abbiamo battezzato con un nome preciso: questo non sarebbe un errore solo di approssimazione alla verità, cioè quantitativo, bensì qualitativo.

Infatti, questa incapacità “qualitativa” di percezione inerisce ad un mancamento percettivo che essendo appunto “mancante” diviene per ciò spaventoso spingendo molti, oggi, a temere recisamente solo la lontana possibilità di una forza bio-magnetica-pensante personale. Lo stesso odio si manifesta non solo nei riguardi delle potenzialità umane inesplorate, ma anche contro l’omeopatia – poco importa che l’ormesi faccia parte della odierna scienza farmacologica – come anche contro l’agopuntura, rea ancora di più di sollecitare la parte gasosa/elettrica della trasmissione nervosa, che si sa esistere “fisio-anatomicamente”, ma che non dovrebbe in virtù di quanto già detto. Qua dimora la possibilità finora datasi a multinazionali e quindi governi, di medicare e vaccinare i cittadini in modo coattivo, spaventato, per il “loro bene”, inseguendo inconsciamente un appiattimento ulteriore della percezione individuale e collettiva, inevitabilmente ammalandola.

Frammento di Eraclito:

‘Aiòn (coè il tempo) è un fanciullo che gioca, muovendo le tessere di una scacchiera; la signoria è di un bambino’.